Intervista a Claudia Rainville

Su cosa si basa la metamedicina?
Essenzialmente sull’ascolto in profondità per aiutare una
persona a prendere coscienza delle cause reali della sua
malattia e delle sue difficoltà.
Ma non si tratta di cercare in modo attivo la causa, ragionando
con la testa, non si tratta di un approccio maschile, di tipo
analitico.
L’ascolto a cui faccio riferimento è invece di tipo passivo, si
tratta di una modalità femminile di ascoltare la risposta che
sale dentro di noi.
Il terapeuta ascolta senza analizzare né interpretare quello che
la persona sta dicendo; l’ascolta a partire da quello che
“sente”.
Attraverso domande mirate, aiuta la persona ad esprimere ciò
che ha provato e queste sue parole non provengono dalla
mente ma dal vissuto. Per ascoltare in modo passivo bisogna
lasciar andare il mentale e ascoltare i sentimenti che abitano
dentro la persona e dentro di noi.
Praticare l’ascolto passivo significa imparare ad utilizzare il
proprio emisfero cerebrale destro, quello dell’ascolto intuitivo.
Questo è ciò che insegno ai miei allievi.

sinomo messaggio

La Metamedicina è dunque una medicina dell’ascolto
passivo?

Si, ma non solo. In Metamedicina noi aiutiamo i partecipanti a
guardare in modo diverso gli eventi che hanno vissuto da
bambini.
Lo scopo è di aiutarli a trasformare le conclusioni errate alle
quali sono giunti in determinate situazioni che hanno fatto
nascere dei sentimenti dolorosi (quelli che poi i pazienti
rivivono nelle loro relazioni affettive attuali).
Come hai scoperto questo tipo particolare di ascolto?
L’ho scoperto sviluppandolo. Durante la mia infanzia ho
sofferto molto per non essere stata ascoltata con attenzione da
parte di mia madre.
Certo, mia madre mi ascoltava; ma mentre lo faceva pensava
ad altro, alle sue preoccupazioni quotidiane.
Quindi paradossalmente, sono stata portata a sviluppare
l’ascolto nel mio lavoro proprio a causa di questa carenza di
ascolto vissuto da bambina.
Quali esperienze personali ti hanno portata verso questo
tipo di approccio?

Ero una persona iper emotiva.
Mi ero costruita una specie di corazza per proteggermi, mi
sono identificata fortemente nella parte maschile. Tutto questo
però mi ha fatto cadere in depressione, dato che rifiutavo e
reprimevo le mie emozioni. Ma più cercavo di negarle, più mi
sommergevano.
Così ho dovuto imparare a lavorare su di me, ad ascoltare ciò
che sentivo nel mio profondo. Da 30 anni faccio questo lavoro
interiore, che mi porta ad essere sempre più felice.
Ci puoi fare un esempio del tuo lavoro come consulente?
Certo: ho ricevuto una donna con una lesione all’osso sacro e
un cancro ai polmoni. Ascoltando dal profondo del mio essere
quello che saliva in me mentre parlava, ho percepito queste
parole: “non ho messo questo bambino al mondo per vederlo
soffrire tutta la sua vita”. Dovete sapere che il sacro è una
zona del corpo associata alle relazioni sessuali, alle tematiche
di coppia, ma per questa donna il sacro rappresentava la
regione dove una madre porta il bambino nell’utero.
Quel dolore la riportava a suo figlio. Dopo il consulto la
signora si è sentita liberata, perché aveva compreso che la sua
sofferenza personale non aiutava suo figlio. Era pronta a
guarire.
Grazie Claudia!
Articolo estratto da Metamedicinanews n.6
http://metamedicinanews.altervista.org/giornalini.html

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*