La quarta via secondo Georges Ivanovič Gurdjieff

FACHIRO_MONACO_YOGI

Georges Ivanovič Gurdjieff , scrittore, filosofo e mistico armeno, nei primi del ‘900 paragonava l’uomo ad una casa di quattro stanze, tre delle quali, traboccanti di tesori, sono chiuse a chiave, mentre l’inquilino si è adattato a vivere di stenti in una sola, la più piccola e misera, e di solito non sospetta nemmeno l’esistenza delle ricchezze che si trovano nelle altre. Solo quando l’inquilino incomincia ad andare in cerca delle chiavi delle altre stanze, e specialmente della quarta, si può dire che egli sta divenendo padrone della propria casa.
Ebbene, le quattro stanze simboleggiano, nell’insegnamento di Gurdjieff, i quattro corpi dei quali è composto l’essere umano. Il primo corpo è il corpo carnale o corpo fisico; il secondo è il corpo naturale, o astrale; il terzo è il copro spirituale, o mentale; il quarto è il corpo divino, o casuale. In pratica il primo corpo corrisponde al corpo fisico puro e semplice; il secondo, alla sfera dei desideri e dei sentimenti; il terzo, alla sfera del pensiero; e il quarto all’Io, alla coscienza e alla volontà.

Per illustrare la dottrina dei quattro corpi, Gurdjieff soleva servirsi anche della similitudine della carrozza. La carrozza è utile se può essere guidata dal padrone, là dove egli vuole; ma se la carrozza, il cavallo o il cocchiere sono inefficienti, oppure se non riescono a comunicare tra di loro e con il padrone stesso, allora si rivela un mezzo privo di valore. In questa similitudine, il primo corpo rappresenta la carrozza, il secondo corpo il cavallo, il terzo corpo il cocchiere ed il quarto corpo il Padrone della carrozza. Ora, è evidente che se la carrozza non è stata adeguatamente tenuta in efficienza; se il cavallo non viene attaccato ad essa mediante le stanghe; se il cocchiere non controlla il cavallo mediante le redini, e se il Padrone non può essere compreso dal cocchiere, al quale deve dare gli ordini opportuni, la carrozza non serve a nulla. E tali sono anche i primi tre corpi, se non giunge il quarto a disciplinarli e guidarli sulla giusta via.

La quarta via si può anche definire «la via dell’uomo astuto», in quanto nasce da una scoperta che né il fachiro, né il monaco, né lo yogi hanno saputo fare: e cioè che non è indispensabile l’allontanamento radicale dal mondo per realizzare il quarto corpo, l’Io, e per aspirare all’immortalità individuale.
Delle prime tre vie, stimava la prima come la più grossolana di tutte. Il fachiro basa la sua azione su un sapere puramente pratico e meccanico: può impadronirsi, mediante una costante applicazione, di segreti sbalorditivi, ma in ultima analisi egli lavora alla cieca, senza sapere bene quale sia la natura dei poteri di cui dispone, e senza avere alcun chiaro progetto nella mente, alcuna consapevolezza della meta che si prefigge.
La seconda via, quella del monaco, è già più nobile ed elevata. Il monaco è guidata dal sentimento religioso e, con lo slancio mistico e la pietà che lo pervadono, può pervenire in un tempo assai più breve agli stessi risultati cui giunge il fachiro, dopo lunghissimi e spossanti esercizi. Ma, per quanto il monaco abbia già una qualche consapevolezza di ciò che sta cercando, ossia la perfezione spirituale e la salvezza, si inganna ancora sul significato ultimo dei sacrifici ai quali si sottopone, in quanto agisce credendo di far cosa gradita a Dio.
La terza via, quella dello yogi, è molto più coerente e consapevole. Lo yogi sa molto bene quello che desidera e sa anche quali sono i mezzi necessari per raggiungerlo; mediante l’abitudine a una concentrazione mentale sempre più intensa, egli può realizzare quasi istantaneamente ciò che al monaco e, a maggior ragione, al fachiro, richiede tempi assai lunghi. La conoscenza dello yogi è più esatta e perfetta di quella del monaco e del fachiro e si basa sulle proprietà di certe sostanze, che egli sa come agiscono e che sa anche come procurarsi.

Gurdjieff metteva in guardia i suoi allievi dall’idea di prendere delle scorciatoie verso la realizzazione dell’Io e il conseguimento dell’immortalità, quali, ad esempio, le arti magiche o l’uso di appositi stupefacenti. Egli, infatti, li ammoniva che quand’anche fosse possibile penetrare sin dentro la quarta stanza, forzandone la porta con un grimaldello, ciò risulterebbe comunque perfettamente inutile, poiché la stanza, a quel punto, apparirebbe del tutto spoglia di tesori. E questo ammonimento era coerente con quanto egli aveva sempre insegnato circa il fatto che è impossibile che un uomo, rimasto fermo alle categorie inferiori, possa fare buon uso di un sapere proveniente dalle categorie superiori, poiché ad ogni stadio dell’evoluzione corrisponde una ben precisa possibilità di comprensione, e l’unico modo di utilizzare il sapere più elevato è quello di realizzare un essere altrettanto elevato.

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