Il giudizio

Non abbiamo veramente idea di quanti giudizi ogni giorno vengano espressi, formulati, pensati, vissuti. Ascoltando i discorsi delle persone sugli autobus, in ufficio o per strada, ci rendiamo presto conto di come la maggior parte delle conversazioni siano imbevute dal giudizio su altri o su sé stessi. Accuse, constatazioni, impressioni, sensi di colpa, valutazioni, consigli di parte, battute sarcastiche, condanne, esclusioni: sono tutte manifestazioni della Piovra del Giudizio, che con i suoi tentacoli controlla e manipola tutte le persone di questo mondo.

Il giudizio è come un abile illusionista che ci impedisce di vedere le situazioni e le persone nella giusta visuale, e facendo questo ci àncora all’energia più bassa, più vincolante, e poi ci ferma nel nostro cammino evolutivo.

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Il giudizio rappresenta l’energia più subdola, più fuorviante del nostro Ego che la usa perennemente, ogni giorno, ogni momento della nostra esistenza. L’Ego, che nasce inizialmente per difendere le nostre ferite, vuole tenerci ancorati a lui, vuole continuare a soggiogare le nostre menti, e per farlo usa principalmente due strumenti: la comparazione (il giudizio) e la fuga (nel passato e nel futuro).
Se noi ci compariamo ad altre persone, diventa inevitabile che qualcuno vince e qualcuno perde: questo perché siamo tutti diversi, uno dall’altro, ognuno con milioni di sfaccettature, milioni di doti, milioni di difetti, e questo rende impossibile un paragone che non porti inevitabilmente al giudizio.

Il giudizio oltre a non servirci per progredire nel nostro cammino, ci riempie la vita di molte complicazioni che, giorno dopo giorno, ingarbugliano, intralciano e producono dolore nella nostra vita, rendendola talvolta un inferno.
Nel momento in cui giudico qualcuno, nel mio conscio (ma anche nel subconscio) appiccico un’etichetta su quella persona, un’etichetta che vi rimarrà per sempre, visto che tendiamo ad essere molto attaccati alle nostre impressioni, alle nostre convinzioni ed abitudini, e preferiamo non cambiarle mai per pigrizia e spesso per orgoglio. Quindi, nel momento in cui appiccichiamo un’etichetta su una persona, per esempio di egoismo, probabilmente la vedremo egoista fino alla fine dei suoi giorni, anche se il suo atteggiamento magari potrà cambiare con gli anni, perché ormai l’abbiamo archiviata (dentro di noi) con quell’impressione. Questo purtroppo è un modo molto limitante di vivere le relazioni con le persone, in quanto ci impedisce di vederle nella loro vera essenza che forse conterrà anche una parte di egoismo, ma sicuramente anche molte altre qualità.

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Se continueremo ad avere un giudizio negativo e limitante verso quella persona, potrebbe succedere che il nostro Ego (per difenderci da altri dolori similari) lo trasformerà in pregiudizio, che entrerà in azione ogni qualvolta incontreremo una persona simile alla prima e la etichetteremo in automatico senza nemmeno conoscerla. Questo è un automatismo molto rischioso, in quanto ci preclude l’approfondimento di persone che potrebbero essere importanti nella nostra vita. Come potete vedere, anche in questo caso la nostra vita viene pesantemente limitata.
Il pregiudizio può anche nascere da una convinzione o credenza ricevuta dalla famiglia, dagli amici o da qualcuno in grado di influenzare le nostre idee: in pratica ereditiamo il giudizio di qualcun’altro verso qualcosa, prima ancora di averla potuta conoscere. Si tratta quindi un giudizio prima del (nostro) giudizio. E, al giorno d’oggi, quasi nessuno ne è esente purtroppo.

Viviamo infatti in un mondo dove giudizio e pregiudizio sono molto presenti nella nostra quotidianità, anche se molti di noi non se ne accorgono, pensando sia solo una semplice parere.
Possiamo paragonare giudizio e pregiudizio come ad una sorta di opinione (favorevole o meno) ben radicata dentro di noi, alla stregua di un paio di occhiali colorati che ci impediscono di vedere altri colori, tranne quelli permessi. E’ una limitazione molto profonda ed invalidante, che si ci portiamo dietro di vita in vita finchè non ne prendiamo coscienza e la trasformiamo.

Un altro effetto sfavorevole del giudizio è il seguente: mettendo un’etichetta su un atteggiamento di una persona, in automatico tendiamo ad escludere tale atteggiamento dalla nostra vita. Nel momento in cui dichiariamo che la signora X è egoista (e dentro di noi l’egoismo è una qualità negativa), faremo di tutto per non avere quella determinata caratteristica, spostandoci quindi nel suo esatto opposto. Parlando di egoismo (quando è sano ed equilibrato) possiamo asserire che si rivela molto utile per mantenersi felici ed in buona salute. E’ il sano egoismo che ci fa riposare quando siamo stanchi, che ci permette di dire di no se non ce la sentiamo, che ci regala del tempo libero per ricaricarci: in pratica noi non possiamo dare se prima non riceviamo, non possiamo amare gli altri se prima non impariamo ad amare noi stessi.
Quindi, ritornando all’esempio precedente, eliminando l’egoismo dalla nostra vita (o qualunque altra qualità considerata negativa), non avremo più un corretto equilibrio; come il giorno lascia spazio alla notte, così un sano altruismo lascia il posto ad un sano egoismo per permetterci di ritemprarci, di rilassarci, per poi essere nuovamente pronti a donare con il cuore.

Una conseguenza imprevedibile del giudizio arriva tempo dopo che è stato espresso. Abbiamo compreso che nell’attimo in cui noi giudichiamo una persona, le mettiamo un’etichetta con giudizio negativo; ma nel momento in cui saremo proprio noi ad avere lo stesso atteggiamento, magari in modo diverso, in un contesto differente, il nostro subconscio si ricorderà di quel giudizio emesso tempo prima e lo ritorcerà verso di noi, inesorabilmente. Con un esempio è molto più semplice: mettiamo che a 20 anni noi vediamo una donna di 40 anni vestita con i tacchi a spillo e la minigonna, ed immediatamente pensiamo che è molto ridicola per quell’età e che forse dovrebbe vergognarsi. In quel momento non siamo nella comprensione, nell’accettazione, ma nel giudizio. Questo fa sì che dentro di noi si fissi la (falsa) credenza che mettersi tacchi a spillo e minigonna a 40 anni, sia una scelta ridicola e vergognosa. Passano gli anni, sicuramente abbiamo scordato l’avvenimento ed il relativo giudizio, ed arriviamo ai nostri 40 anni. Ci invitano ad una festa e per l’occasione indossiamo minigonna e tacchi alti. Andiamo alla festa, ma stranamente siamo a disagio, magari ci vergogniamo, oppure ci rompiamo un tacco e torniamo subito a casa.
Questo capita perché c’è una credenza nata da un giudizio, da una non accettazione dell’altro che però rimane dentro di noi come un dogma e che prima o poi si ritorce contro di noi, come una sorta di autogol. Non a caso venne detto molto tempo fa “Non giudicate per non essere giudicati”.

Ma perché giudichiamo? Perché siamo così abili nell’osservare, valutare e condannare il nostro prossimo (o noi stessi)?
Il giudizio potrebbe nascere come aiuto per non sentirci inferiori, diversi, peggiori degli altri. Il giudizio scompare quanto ci si rende conto che siamo tutti uguali: santi, killer, politici, nemici, amanti e così via. Siamo anime stupende, diamanti meravigliosi che si sono sporcati di fango per imparare, per superare degli esami in questa vita, di modo che ci aspetti un futuro migliore.

Anche la paura (del diverso, dell’ignoto) fa scattare la molla del giudizio: se non capisco o se non conosco è meglio che tengo il tutto distante da me, dalla mia vita, dalle mie abitudini. Questo è il caso del razzismo, che non ci permette di vivere su questa terra tutti sullo stesso piano.

Allo stesso modo anche le ferite del passato irrisolte generano giudizi, a volte molto caustici. Questo perché se in passato abbiano provato dolore per una situazione, la nostra memoria emotiva ha registrato l’evento come pericoloso, e quindi da non provare. Nel momento in cui questa situazione si riproporrà nella nostra vita noi ne avremo paura, una paura non conscia e quindi inspiegabile (almeno ad un’analisi superficiale). Ed è proprio questa paura che ci spinge a giudicare. Perché non vogliamo più soffrire.

Per iniziare a trasformare questo insano meccanismo, un buon inizio può essere rendersi conto che c’è, che è presente, senza nasconderlo o presentarlo come semplice “constatazione” (che è un subdolo sistema dell’Ego per farci sentire superiori); ricordiamoci che ogni qual volta definiamo una persona, noi stiamo giudicando. Ma nel momento stesso in cui rendiamo conto che ognuno di noi ha la sua storia, la sua vita, e che ha tutto il diritto di essere sé stesso, potremo iniziare a sganciarci dall’Ego e dalle sue manipolazioni, rendendoci conto che tutto quello che ci arriva nella vita ha un suo scopo, sta a noi scoprirne quale.

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Nel momento in cui ci rendiamo conto della sua nocività, possiamo usarlo per sbloccare parti di noi nascoste, o per risolvere ferite rimaste dimenticate da decenni, o forse da innumerevoli vite. Infatti nel momento in cui esprimiamo a voce o mentalmente un giudizio, siamo in grado di vedere come uno specchio qualcosa che già ci appartiene. Sono molte le discipline infatti che suggeriscono che nessuno può essere toccato da una situazione o da una persona se dentro non ne ha la corrispondenza.
Se noi non sopportiamo le persone avare, forse lo siamo anche noi, magari in altri campi, non necessariamente monetari: l’avarizia può essere di affetto, di lodi, di sostegno, di comprensione. Il prossimo ci fa sempre da specchio, sia per le qualità “negative” che quelle “positive”. Più ci dà fastidio un difetto di una persona, più è probabile che risieda dentro di noi, altrimenti non lo noteremo nemmeno. Quindi, giudicare una persona, ci fa in realtà giudicare noi stessi.

Anche la Metamedicina (come altre tecniche del resto) può aiutarci in questo cammino, mostrandoci le convinzioni limitanti, le ferite aperte e le paure che ci impediscono di lasciare andare tutto queste energie pesanti. Ma il primo, importante passo rimane certamente quello di rendersene conto, con umiltà ed accettazione. E ovviamente, senza giudizio.

I TRE SETACCI

Un giorno Socrate fu avvicinato da un uomo che gli disse:
“Ascolta, ti devo raccontare qualcosa di importante sul tuo amico.”

“Aspetta un po’ ” lo interruppe il saggio.
“Hai già passato attraverso i tre setacci ciò che mi vuoi raccontare?”
“Quali tre setacci?”

“Ascoltami bene: il primo setaccio è quello della verità. Sei convinto che tutto quello che mi vuoi dire sia vero?”
“In effetti no: l’ho solo sentito raccontare da altri”

“Ma allora: l’hai almeno passato al secondo setaccio, quello della bontà?”
L’uomo arrossì e rispose: “Devo confessarti di no”

“E hai pensato al secondo setaccio? Ti sei chiesto a che serva raccontarmi queste cose sul mio amico?”
“Se serva a qualcosa? Beh, veramente no.”
“Vedi?” continuò il saggio “Se ciò che mi vuoi raccontare non è né vero, né buono, né utile, allora sarà meglio che tu lo tenga per te”.

Apparso su Bioguida – Autunno 2015

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