Testimonianza sulla Metamedicina

Ci sono degli appuntamenti nella tua vita che non puoi più rimandare.
Avverti dentro di te una sensazione molto particolare, come se ci fosse in te una vocina che ti “chiama”, lasciandoti comunque la libertà di ascoltarla, oppure no.
Questo dialogo interiore è stato sempre presente in me, sin da quando ero bambino, accompagnandomi nelle scelte importanti che incontravo nella vita. Tuttavia, sebbene non abbia mai compreso bene l’evento scatenante, so che un giorno è accaduto qualcosa dentro di me, ho sentito un “clic”, come se si fosse spento un interruttore proprio dove avvertivo la presenza di quella voce, nel centro del mio petto: nel mio cuore. In seguito mi sono indurito con me stesso e con chi mi era accanto, diventando cieco e sordo sui messaggi e sulle opportunità che la vita, attraverso gli altri, mi portava.

Dall’adolescenza sino a quando mi sono sposato con una donna meravigliosa, avvertivo sempre la sensazione di dovermi proteggere, soprattutto quando permettevo alle persone di avvicinarsi troppo a me, al mio cuore e, senza rendermene conto, scattava ancora una volta in me quel “clic” che mi portava a chiudermi. Ripartiva un automatismo nel tenere lontano chiunque, soprattutto chi si avvicinava troppo, o che toccava nel profondo i miei sentimenti: amici, parenti, conoscenti ma soprattutto le persone che più amavo.
Tutto questo mi devastava nel profondo, facendomi sentire sempre isolato dagli altri, non compreso, ma soprattutto triste e solo.

Eppure avevo tutto per essere felice: una donna bella, intelligente, sensibile e dal cuore immenso, una bella casa, un lavoro che avevo scelto sin da giovane e che mi aveva portato a vivere esperienze molto forti nella vita, toccando le ferite più profonde dell’animo umano e incontrando il lato più oscuro delle persone. Sì, quel lavoro mi ha sempre dato moltissimo.
Ero circondato da molti amici, anche se non sapevo per quale motivo cercavo sempre di tenerli in qualche modo a distanza, come se una parte di me non si sentisse degno di ricevere le loro attenzioni. E lo stesso accadeva con la mia famiglia di origine.

Non sapevo che cosa fare, tenevo tutto dentro, non comunicavo quello che provavo nel profondo di me stesso e mettevo gli altri, soprattutto chi amavo, nella condizione di staccarsi da me, quasi come ad allontanarmi, senza rendermi conto che non erano gli altri a prendere le distanze da me ma ero io che mi isolavo. Mi chiudevo sempre di più ed era come se, dentro di me, iniziasse a parlarmi un’altra vocina che questa volta veniva dalla mente e mi suggeriva di non fidarmi, di tenere il controllo sugli altri e di non abbassare mai la guardia. Ero sempre in allerta e mi chiudevo sempre più in me stesso.

Successivamente, il 1 dicembre del 1992, è morto mio padre per un tumore. Mi ricordo che alla funzione religiosa avevo ricevuto un dono inaspettato che mi ha permesso di piangere, di lasciare andare tutto quel controllo e ho sentito di nuovo il mio cuore sussurrarmi “lasciati andare, lascia andare tutta quella tristezza!”.
È stato un attimo che mi ha permesso di aprirmi e di parlare alla mia famiglia e chiedere scusa per essermi distaccato da loro.

Ho provato un grande sollievo, come se mi fossi tolto un peso dallo stomaco. Una sensazione di breve durata, però e, infatti, nei mesi successivi sono ritornato a essere l’orso di sempre. Anzi, ancora più chiuso.
Mi sentivo sempre più isolato nella mia caverna, triste, con un vuoto dentro da non sapere più come colmare.
Tuttavia, quando ti ascolti veramente, nel profondo, avverti una sensazione particolare, come quelle che da bambino provavi tra le braccia di chi ti amava, quella percezione di accoglienza e al tempo stesso di protezione, la sensazione di ricevere un nutrimento interiore, un ascolto alle tue richieste, quelle più intime, nascoste nelle pieghe della tua anima.

Ecco la magia
Quando inizi ad ascoltarti veramente il mondo intorno a te sembra girare e mettersi al tuo servizio, cercando di esaudire quello che più ti sta a cuore, di trovare il senso a quel malessere che condiziona la tua vita. Ci sono appuntamenti ai quali non puoi mancare e uno di questi si chiama “Metamedicina”. Era la fine di aprile del 2007 e il mio collega di lavoro Sergio, anche lui un po’ orso come me, un giorno mi ha chiesto se volessi andare con lui e sua moglie Daniela a Torino, guarda caso, la mia città natale, a partecipare ad un evento organizzato dalla sua scuola di Naturopatia, che prevedeva una conferenza di una biologa canadese molto famosa: Claudia Rainville.
Una scrittrice di fama internazionale che, attraverso libri e seminari di crescita personale da lei condotti, aveva aiutato molte persone a ritrovare la propria serenità e, di conseguenza, uno stato di salute ottimale. Uno dei suoi libri più conosciuti si intitola “Metamedicina. Ogni sintomo è un messaggio”.
Ho chiesto a mia moglie Viviana se volesse accompagnarmi e ha acconsentito senza titubanze. All’epoca era insolito, quasi un’impresa, farle prendere dei giorni di ferie dal lavoro, ma la patologia che l’aveva colpita in quegli anni, portandola ad una paralisi sciatica, aveva iniziato a cambiarla nel profondo. È molto probabile che, anche per lei, quell’evento fosse un appuntamento al quale non poteva mancare.

Ascoltando le parole di Claudia, in una sala di un Palazzo della Provincia di Torino dove c’erano più di settecento persone, entrambi siamo rimasti profondamente toccati dalla semplicità con cui quella donna parlava di se, delle sofferenze che l’avevano portata ad un gesto estremo e di come aveva trovato dentro di se la forza di rivoluzionare la sua vita, ritrovando finalmente se stessa e la forza di portare un messaggio importante alle persone. Il messaggio semplice e profondo in sostanza affermava questo concetto “dalla sofferenza si può uscire e ci si può dare il diritto di essere felici, basta volerlo!”.
Viviana è stata toccata nel profondo dalle parole di Claudia Rainville e appena finita la conferenza mi ha detto “Come fa questa persona che non mi conosce a dire esattamente come mi sento, come fa a leggermi dentro, com’è possibile che abbia descritto alla perfezione il mio stato d’animo? Io la voglio conoscere.”
Sergio e Daniela mi hanno detto che la loro insegnante di naturopatia collaborava con Claudia e se volevamo potevamo conoscerla. Insieme ai nostri amici e alla loro insegnante Angela ci siamo avvicinati ad un uomo, Yvan Herin, che poi abbiamo scoperto essere il compagno di Claudia e abbiamo fatto la sua conoscenza. Dopodiché è arrivata Claudia stessa e, quando siamo stati presentati, sia in Viviana che in me è accaduto qualcosa che ci ha toccati profondamente. In quello sguardo c’era il senso del nostro viaggio a Torino.

Viviana ha deciso che avrebbe partecipato al primo seminario di Metamedicina in programmazione, ovunque fosse stato. Io ero un po’ più cauto, come se una parte di me non fosse molto d’accordo nel viversi quell’esperienza – a noi uomini sin da bambini è stato insegnato che le emozioni vanno trattenute e che non ci si può far vedere piangere, bisogna essere forti a tutti i costi, mica siamo“delle femminucce” e altre fesserie. Tutto questo mi impediva di lasciarmi andare e di smetterla di controllarmi ma dentro di me c’era un vulcano pronto ad eruttare. Ci hanno comunicato che, verso la metà di maggio, il seminario base della Metamedicina chiamato Liberazione della Memoria Emozionale si sarebbe tenuto a Monza. Viviana si è iscritta qualche giorno dopo senza sapere in realtà di cosa si trattasse, ma la serenità incontrata nello sguardo di Claudia l’aveva convinta, insieme alle sue parole, a partecipare. Io ero ancora molto restio, l’orso in me non voleva uscire dalla grotta ma preferiva leccarsi le ferite senza doverle condividere con gli altri. Pochi giorni prima dico a Viviana che avevo preso dei giorni di ferie per accompagnarla a Monza e che l’avrei aspettata tutti tre i giorni per riportarla a casa e lei mi chiede:“Mauro, non saranno 290 euro che ti cambiano la vita perché non ti iscrivi anche tu?”.
Ho detto di sì senza rendermi conto che quell’investimento avrebbe dato il via al più grande cambiamento delle nostre vite e, soprattutto, mi avrebbe distaccato da ciò che per i Buddisti rappresenta l’origine della sofferenza umana: la resistenza al cambiamento. Lasciare le nostre certezze, nonostante ci tengano nella sofferenza, per uscire e affrontare ciò che ci limita, quello che i Veda chiamavano “Tamas”, l’inerzia.

Il mio primo seminario di Metamedicina: LME
Mi ricordo come se fosse oggi il primo giorno del seminario, l’incontro con l’animatore Yvan Herin al quale sono e sarò sempre grato per avermi trasmesso l’amore per questa professione e per aver risvegliato in me ciò che da sempre sentivo appartenermi. È grazie a lui e a Claudia Rainville che ho iniziato un percorso di crescita personale insieme a Viviana e sono finalmente riuscito ad ascoltare ciò che da sempre la mia anima cercava di comunicarmi, ciò che da sempre cercavo, esprimere l’arte più nobile che un essere umano possa esplorare e intraprendere, quella del servizio verso il prossimo.
Così ho iniziato attraverso questo seminario un viaggio che mi ha portato sempre di più a conoscermi e a trovare un senso alla parola esistenza, a ridefinire le mie priorità. Negli anni ho ultimato la mia formazione e sono diventato consulente di Metamedicina e animatore di questo seminario che mi ha permesso di aiutare molte persone e, di riflesso, me stesso.
Ho compreso nel profondo l’approccio della Metamedicina, che per i medici che si sono avvicinati viene riconosciuto come uno strumento terapeutico importante e per quanto mi riguarda, non essendo medico ma un operatore olistico, riconosco che la Metamedicina è una vera arte, quella di risvegliare le coscienze.

 

Ho compreso l’importanza di questo seminario nell’accompagnare le persone, guidandole con una dolcezza e compassione cercando di esprimere la propria sensibilità nell’ascoltare nel profondo il bisogno dell’altro e accogliere la persona per liberarsi dalle ferite che soffocano il cuore. Aiutarle a trasformare la comprensione che, ad un certo momento della loro vita avevano dato ad un evento doloroso, che le aveva poi portate verso la sofferenza.
Dal canto mio ho compreso l’origine della mia tristezza, la sofferenza che mi portava ad allontanare tutti coloro che si avvicinavano a me, proprio come quando da bambino mi avvicinavo a mio padre per passare del tempo con lui. Ma quella sua mano alzata verso di me e, soprattutto, quelle sue parole “No Mauro adesso non posso, sono stanco, ho da fare, giochiamo domani” sono diventati dei macigni che avevano chiuso il mio cuore.
In seguito, un giorno ho deciso che se lui non mi voleva vicino anch’io non lo volevo e l’ho chiuso fuori dalla mia vita. La sera prima che morisse, era ormai in coma e lo vegliavamo a turno con i miei famigliari. Durante la cena prima di andare con mia moglie in ospedale, mia madre se ne esce con una domanda insolita: “Sai, Mauro, qual era la paura più grande di tuo padre?” – un po’ stupito, ammetto, le rispondo di non saperlo. Lei si siede a tavola, mi guarda e mi dice: “Che tu e tua sorella vi affezionaste a lui come lui si era affezionato a suo padre”.
Io sapevo che mio padre aveva perso il suo a tre anni e anch’io quando avevo tre anni e mezzo avevo rischiato di perderlo in seguito ad un incidente stradale. Sapevo anche che mio padre, dopo la morte del suo, era stato messo in collegio da sua madre sino ai quindici anni, ritrovandosi solo e rischiando di morire per una polmonite.

La comprensione del passato e la liberazione delle memorie
emozionali
Ecco che grazie al seminario comprendo qualcosa di inaspettato e di importante, mio padre non mi ha mai allontanato da sé ma, al contrario, ha cercato a modo suo di proteggermi, evitando che mi affezionassi troppo a lui, per paura che si ricreasse quello che lui aveva vissuto da bambino.
Non si era reso conto però, che la sua paura di farmi soffrire lo aveva condizionato tutta la vita, soprattutto negli affetti e in modo particolare nella relazione con me.
Ecco che in me si accende la lampadina e, scioccato, inizio a rendermi conto che è esattamente lo stesso atteggiamento che io stesso stavo adottando con le persone che più amo. Per proteggermi dalla sofferenza di perdere chi amo con il rischio di ritrovarmi solo, adottavo lo stesso comportamento, le tenevo lontane pensando che un giorno, se non ci fossi più stato, forse non avrebbero sofferto per la mia mancanza.
Mio padre mi amava ma era guidato dalle ferite del suo bambino del passato, la paura lo bloccava nel lasciarsi amare e nel dimostrare amore. Questo era il messaggio che da bambino avevo imparato attraverso la ripetizione dei suoi gesti e delle sue parole. Mi ero caricato della sua paura più profonda.
Quell’automatismo e soprattutto la paura di perdere le persone che amavo sono stati gli elementi che mi hanno tenuto nella gabbia delle dipendenze affettive per moltissimi anni, privando gli altri e soprattutto me stesso di conoscere e di sperimentare il vero amore, quello incondizionato, la nostra vera essenza.

Mauro F.

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