Ego e Metamedicina

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Quando l’Ego non è abbastanza umile per ascoltare il messaggio del maestro interiore, la sofferenza si incarica di farglielo capire. Claudia Rainville

Immaginiamo una carrozza che corre nella notte, con i suoi veloci cavalli, il valente cocchiere ed un passeggero. Il passeggero siamo noi, che abbiamo una destinazione da raggiungere, quella scelta dalla nostra anima. I cavalli sono le nostre emozioni e, come esse, possono imbizzarrirsi, bloccarsi, impaurirsi, arrabbiarsi. Ed infine il cocchiere, che contiene e dirige i cavalli, cui obiettivo è condurci a destinazione.
Ma chi è il cocchiere? Il cocchiere dovrebbe essere il nostro Sé superiore, la nostra parte saggia ed evoluta, cui obiettivo è portarci nella giusta direzione, nel più breve tempo possibile ma soprattutto attraverso la strada più sicura, scevra da pericoli o imprevisti. Ma purtroppo, nella maggioranza dei casi, le redini della nostra carrozza sono in mano al nostro Ego, che vuole mantenere il controllo a tutti i costi, ma soprattutto vuole condurci dove vuole lui, o perlomeno dove lui crede sia giusto arrivare.

Quindi, se vogliamo essere certi di arrivare alla nostra vera destinazione, dovremo per prima cosa prendere coscienza che è il cocchiere, e lui solo, a dirigere i cavalli. Il passeggero può solamente dire al cocchiere dove vuole andare, ma non può prendere in mano le redini dei cavalli. E una volta partita la carrozza non è semplice urlare al cocchiere che la strada non è quella giusta o che ci fa star male, ci fa soffrire.
Ma chi è questo Ego? L’Ego è la supermente che controlla e soggioga la nostra mente e che si forma nell’infanzia quando il bambino vive i suoi momenti infelici, ma è troppo piccolo per parlarne con qualcuno e comprendere che è giusto far conoscere i propri bisogni; e se anche decide di farlo, quasi sempre è l’adulto ad avere l’ultima parola e magari viene zittito, o peggio ancora, umiliato con frasi e con punizioni fisiche o psicologiche. Il bambino non è in grado di elaborare tutto questo dolore ed allora, per ridimensionarlo o meglio ancora dimenticarlo, inizia a parlare da solo, con sé stesso, ed inizia a darsi delle risposte più o meno veriterie: “Mamma ha ragione, disturbo sempre”, “Forse sarebbe stato meglio che non nascessi”, “Mia sorella è meglio di me”, “Forse dovrei morire perché si accorgano di me”. Pensieri di questo tipo minano alla base l’autostima del bambino, aprendo spesso la strada ai sensi di colpa o alla subdola sensazione di non aver diritto a nulla. E se poi arriva a pensare “Odio quando mi trattano così”, “Non li sopporto più”, “Tu non mi vuoi? Bene. Nemmeno io ti voglio”, può aprire la strada anche a rabbia, rancore, senso di ingiustizia, e così via.

Le risposte che arrivano al bambino sono quelle dell’Ego, che inizia la sua opera inizialmente per difendere la sopravvivenza stessa del bambino. Ma se l’Ego da bambini ci è servito per sopravvivere, da adulti ci complica la vita, ci fa ripetere gli stessi errori, ci rende l’esistenza impossibile. Questo perché nel nostro intimo, talvolta anche solo a livello del subconscio, muove e fomenta una marea di convinzioni errate e limitanti, che ci fanno credere cose non vere che creano solo sofferenza.
E il più delle volte nemmeno lo riconosciamo, questo Ego, crediamo che i pensieri che ci attraversano la mente sono farina del nostro sacco. Ma allora quali sono le caratteristiche dell’Ego, per essere così in grado di riconoscerlo?
L’Ego non è assolutamente in sintonia con il nostro Sé interiore, in quanto vuole primeggiare, vuole spingere alla competizione. E’ l’Ego che ci spinge ad arrivare primi, a mettercela tutta, a forzare fisico e mente per essere migliori. Ed è sempre l’Ego che ci fa vedere tutto questo come corretto, come giusto, senza che ci rendiamo conto che nella competizione c’è uno solo che arriva primo; è una divisione, una separazione che genera altre ferite. Siamo talmente abituati a vedere le competizioni sportive da pensare che siano giuste, che siano leali, mentre in realtà sono un gioco dell’Ego sin dalla notte dei tempi. Ma per chi vinciamo? PERCHE’ dobbiamo vincere? PERCHE’ dobbiamo fare un buon tempo? A CHI dobbiamo dimostrare COSA?

Il più delle volte c’è nascosto un grande desiderio di rivalsa, la voglia di dimostrare che “io valgo, a dispetto di quello che gli altri pensano di me”. Una persona in pace con sé stessa, che crede di valere, che pensa nel suo intimo di essere speciale, farà dello sport per il piacere di sentire il proprio corpo muoversi, per il desiderio di stare bene e mantenersi in salute. Non farà competizioni, non si metterà in gara con altre persone, in quanto sa già quello che vale, non ha motivo di dimostrarlo. Non ci era proprio stato detto “Beati gli ultimi” ?

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Ma “non competere” non significa “non migliorarsi”. Possiamo migliorare anche per il gusto di farlo o per vivere meglio, non necessariamente per arrivare primi. Questo sia nello sport che in altri campi.
Ma l’Ego non si manifesta soltanto nella competizione; porta anche alla separazione e alla divisione. E’ normale infatti sentirsi arrabbiati, ma perché portare avanti tale conflitto nella nostra mente, ingigantirlo, per poi arrivare alla separazione? Perché non accogliere, comprendere e perdonare? Ogni volta che siamo portati a pensare male degli altri, a giudicarli, a vederli sbagliati, non siamo noi a fare tutto questo bensì l’Ego. Dividi et impera.
L’Ego infine ci fa vivere nel passato (rimpianto o rancore) o nel futuro (paura, insicurezza, ansia), perché nel presente, nel “qui ed ora” lui muore. L’Ego non vuole che viviamo nel presente, altrimenti non può controllarci; quando siamo nel presente siamo centrati nel cuore, viviamo attraverso il corpo, non solo nella mente, dove regna l’Ego.

Con questo vorrei dire che è normale pensare al tempo che fu, o al tempo che verrà, ma non sempre, o perlomeno non spesso. E’ logico fare ogni tanto dei paragoni con chi ci sta vicino, ma farli di continuo, con la convinzione di fare soltanto delle banali “constatazioni”, ci rende sempre più preda del gioco dell’Ego che gode di tutto questo. Quante, quante persone fanno il gioco dell’Ego rifiutandosi di vedere che le loro “constatazioni” sono solo critiche. Oppure credono fermamente che la loro infelicità è opera di altre persone o del fato. E così facendo vivono la vita che ha deciso l’Ego, non la loro anima.
E tutti noi, nessuno escluso, è preda dell’Ego, in quanto è uno degli esami più ostici da superare in questo mondo. Più di una volta ho pensato che i 40 giorni nel deserto di Gesù, erano necessari per il confronto con il suo Ego, con il suo demone interiore. Lui ci ha dimostrato che è possibile, ci ha aperto la strada per poterlo fare anche noi.

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L’Ego si riconosce perché ricerca i complimenti, ama fare la morale al prossimo, ha molte difficoltà ad accettare le critiche, può sminuire gli altri per sentirsi meglio o può elevarli per convincersi di essere inferiore, ricerca la riconoscenza, non vuole le cose semplici, vuole fare le cose perfette, fa la vittima per ottenere attenzioni, resiste a qualunque cambiamento, vuole avere ragione a tutti i costi (“Si, ma…”), vuole farsi notare o all’incontrario vuole scomparire, non essere visto, essere invisibile..

Ricordate: quando siamo sicurissimi di avere ragione, non siamo noi, quello è il nostro Ego. Il dubbio è la strada per la consapevolezza, in quanto solo il dubbio porta alla ricerca e alla conferma (o meno) delle nostre convinzioni. La sicurezza di essere nel giusto invece non porta a nulla, perchè non c’è più ricerca, ma solo stasi, immobilismo e rigidità, che corrisponde alla morte (mentale, intellettuale, emotiva o spirituale).
L’Ego si manifesta attraverso l’orgoglio, di cui ne esistono diversi tipi. L’orgoglio mentale, di chi pensa di sapere tutto, di conoscere cosa è meglio per gli altri. L’orgoglio spirituale, di chi pensa di essere arrivato e di conoscere la verità (che spesso è solo conoscenza, un gioco mentale): ci fa credere che siamo nel giusto, che siamo superiori agli altri (che sono rabbiosi, paurosi, cattivi, isterici, egoisti, ecc.). Ed infine l’orgoglio modesto, di chi vive nella falsa modestia o nel buonismo, per sentirsi dire (o per credere dentro di sé) che è una brava persona: l’Ego modesto ci fa credere che siamo bravi perchè aiutiamo gli altri, diciamo sempre di si, dedichiamo tutto il nostro tempo nell’aiuto del prossimo, a scapito di noi stessi. L’amore per il prossimo è indubbamente alla base di una vita piena, ma senza dimenticare che è stato detto “Amerai il prossimo tuo come te stesso”: Viene detto COME, non DI PIU’.
Dietro l’Ego in realtà si nasconde soprattutto la paura, paura di non essere amati, accettati, di non essere all’altezza. Paura del rifiuto, di essere umiliati e che gli altri si aprofittino di noi. E purtroppo l’Ego porta sempre al dolore, alla separazione, ai problemi. Finchè c’è Ego c’è sofferenza, c’è dolore, c’è malattia. L’ego sano invece porta alla crescita personale, alla consapevolezza, ad una vita piena e felice. Porta all’unione, alla comprensione, alla compassione, alla spiritualità vera, viva. Porta all’Amore.

Una volta compreso di essere nel controllo del nostro Ego, potremo pensare di fare il primo passo per trasformalo, anche se ci vorrà un po’ di tempo. Potremo, ad esempio:
– Essere più veri, più spontanei: ridere, arrabbbiarsi o piangere quando sentiamo di farlo.
– Chiedere scusa, riconoscere i propri torti; non ostentarci nell’avere ragione a tutti i costi ed accettare che la persona di fronte a noi possiede una verità che per lei è importante (ad esempio nella politica, nello sport, nella religione, ecc.). La sua verità è tanto vera per lei, quanto la nostra lo è per noi. Un buon approccio può essere quello di dire “Abbiamo idee diverse, ma rispetto le tue, anche se non le capisco”. In questo modo non ci sono perdenti, non ci sono lotte per la detenzione del potere dell’Ego.
– Sviluppare una migliore autostima, lavorando magari con metodi o tecniche a noi congeniali, ad esempio con la Metamedicina).
– Vivere ascoltando il nostro cuore, ritornando al suo livello, dove l’Ego non può esistere.
– Riconoscere il nostro valore: rendersi conto che se le cose non vanno come vorremmo, è perchè finora non abbiamo trovato il modo giusto, non perchè non valiamo nulla. Evitare i paragoni favorevoli o sfavorevoli con altre persone o situazioni, in quanto servono solo ad aumentare la frustrazione ed ingigantiscono l’Ego che ci farà vivere ancora nel dolore. Lavorare sulle proprie paure, innanzi tutto riconoscendole: fanno anch’esse parte del cammino, rappresentano la parte bambina che non ha ancora superato i dolori passati. Anche l’approccio floriterapico può essere di enorme aiuto.
– Non giudicare. Una persona ritenuta “cattiva”, lo è perchè dentro di sé ha del dolore. Infatti una persona in pace con sé stessa, non ha motivo di essere “cattiva”, perché non vive più la sofferenza.
– Non ricercare l’apprezzamento degli altri, ma piuttosto essere fieri di sè stessi per quello che è stato fatto o che si sta facendo.
– Ricercare l’equilibrio, evitando gli estremi ed accettando il fatto di non essere perfetti.


Non mi vanto di proporre la verità assoluta: queste righe sono solo la somma delle mie esperienze personali. Se vi serve qualcosa, ve la dono, altrimenti lasciate pure tutto qui. Buona vita.

Articolo apparso su Bioguida – autunno 2014

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