Carne si o carne no?

Innanzi tutto facciamo una premessa molto importante: non tutti gli organismi sono identici: ci sono persone che si abbuffano di carne e campano fino cent’anni e scoppiano di salute, mentre altre che a causa di un assaggio di salumi o di brasato devono sopportare i dolori della gotta. Ed inoltre, da non dimenticare, esistono persone con intolleranze vere e proprie verso alcuni tipi di carne: intolleranze che scatenano dolori addominali, cefalee, eczemi ed altri sintomi meno evidenti.

Quindi qualunque studio o ricerca su un determinato tipo di alimento è sempre da prendere in considerazione ma senza scordare che forse su di noi sortirebbe un effetto diverso: migliore o peggiore, questo non lo sappiamo.

Per poter valutare l’effettivo valore nutritivo di un alimento, non è sufficiente definirne il valore nutrizionale dal punto di vista della chimica inorganica (un alimento che viene mangiato viene sottoposto ad una serie di scomposizioni da parte del nostro apparato digerente, questo per rendere adatte le sostanze alla metabolizzazione) ma piuttosto dobbiamo studiare l’effetto (positivo, negativo o neutro) che produce nell’organismo in relazione alla natura biocosmica delle sostanze organiche che lo costituiscono.

La carne, dal punto di vista della chimica inorganica, è un alimento che sembra ottimo dal punto di vista nutrizionale

Cito dal testo “La nuova dietetica” del dott. Luigi Costacurta:

“Per la sua natura e per le reazioni chimiche, fisiche e biologiche che si realizzano nell’apparato digerente prima, e poi nei torrenti sanguineo e linfatico, diciamo che la carne è terreno di coltivo delle meno impensate insorgenze di virulenza batterica: infatti la continua assunzione provoca nell’intestino l’aumento dei germi, il quale da 2.000 sale a circa 70.000 per millimetro cubo. Questa notizia è stata trasmessa alla Società di Biologia dai dottori Gilbert e Dominicé. Però quello che dobbiamo ricordare è il concetto base della dottrina dell’equilibrio termico che ci dice ’Qualsiasi processo germinale che si realizzi in un terreno o ambiente in cui prevale l’eccesso termico, ossia ove la temperatura ecceda ai valori richiesti per la sana fermentazione, si trasforma in un processo fermentativo putrido, il quale per natura si caratterizza come il focolaio delle insorgenze batterico patologiche’. Quì possiamo chiamare in causa anche l’ammoniaca, la quale si realizza maggiormente nell’intestino per la presenza di sostanze azotate della carne che, assorbita dal sangue (il quale è in perenne contatto del tubo digerente tramite la microcircolazione dei capillari siti nei villi intestinali NdS), viene immessa in circolo e, se il processo di ureogenesi non è normale o deficitario, nel caso di affezioni del fegato, raggiunge un livello tossico che può originare anche il coma epatico (Fisiologia umana di Labrit).”

Da ricordare inoltre che sia nella carne che nel sangue stesso, oltre alle tossine presenti per natura biologica come la xantina, la cadaverina (il cui nome è tutto un programma 😉  ), le ammine tossiche, ecc., troviamo anche quelle che si formano in determinate condizioni in cui verte l’animale al momento del macello: le tossine da fatica, l’istamina come conseguenza della paura, ed altre ancora.

La carne non è costituita da fibre grezze, pertanto la sua assunzione non stimola la peristalsi intestinale con conseguente espulsione di tossine inglobate nelle feci. Piuttosto diremo che è un alimento che concorre a creare uno stato putrefattivo nell’intestino crasso: infatti la lunghezza dell’apparato digerente dei carnivori è notevolmente più corta rispetto a quella degli erbivori, dei frugivori e degli onnivori, in quanto la carne deve rimanere il meno tempo possibile nell’intestino, giusto il tempo di assimilare le sostanze nutritive basilari necessarie e poi, pena il formarsi di un ambiente acido e fermentativo, deve essere velocemente espulsa.

Nel nostro tubo digerente le cose vanno diversamente: la carne viene digerita in un lasso di tempo 4-5 volte maggiore rispetto al dovuto, e questo concorre a creare un ambiente adatto alla trasformazione delle sostanze tossiche e di un ambiente con Ph molto acido, in quanto per essere digerita, devono venir utilizzati succhi gastrici a prevalenza acida.

Per complicare notevolmente la situazione, assieme alla carne vengono ingeriti alimenti amidacei (bistecca e patate, carne e pane, pasta al ragù, ecc…) i quali richiedono un ulteriore enzima da parte del fegato, ma questa volta basico.

Non occorre essere dei dottori in scienze per comprendere che se immettiamo in un ambiente acido (necessario per la digestione della carne) un elemento basico (necessario per la digestione degli amidi) succede che tutto il processo viene a bloccarsi.

Il nostro organismo, sentendo che la digestione è bloccata, ed essendo questa una delle funzioni primarie del nostro corpo, và in stato di emergenza, richiedendo alle ghiandole preposte di secernere altri succhi acidi. Conseguenza logica di tutto ciò è un ambiente altamente acido, amidi indigeriti che vanno in fermentazione acida e digestione più lenta e pesante. Non a caso, fra i cinque tipi di farmaci più venduti nel mondo civilizzato spiccano proprio gli antiacidi-digestivi.

In questo ambiente così innaturale, la situazione non è una delle migliori. A parte una stanchezza e sonnolenza eccessiva (a causa di una richiesta supplementare di energia per la digestione), di una cefalea dopo i pasti (a causa di un fegato con un superlavoro in corso), un intestino sofferente (con conseguente malassorbimento delle sostanze nutritive quali vitamine, minerali, enzimi, ecc.. nell’ultimo decennio le depressioni sono aumentate per la carenza spaventosa che abbiamo accumulato di vitamine del complesso B) abbiamo una digestione molto sofferta che non apporta che pochi e sparuti elementi nutritivi. Proprio per questo motivo, dopo un lasso di tempo relativamente breve ricompare una sensazione di fame: è l’organismo stesso che ci avvisa che in definitiva, non ha assimilato nulla di sostanzioso.

Vorrei concludere la filippica, facendo una riflessione: venti, trenta anni fa la carne era effettivamente un valido supporto in una dieta. Ma adesso?

Gli animali destinati alla macellazione e di conseguenza che entrano nel nostro regime alimentare, vengono nutriti con alimenti e mangimi che avendo noi consumatori l’iniziativa di analizzarli, si impazzirebbe di sdegno.

L’erba, nei rari casi in cui viene data, proviene da coltivazioni irrorate in maniera esagerata con diserbanti, concimi chimici e antiparassitari che, per la loro tossicità, non possono venir usati nelle coltivazioni destinate ad uso umano: queste sostanze permangono nella carne, nei muscoli, nei tessuti connettivi della bestia. Ma oltre all’erba, nel piatto dei nostri “amici” animali troviamo farine ottenute da triturazioni di animali morti a seguito di malattie, antibiotici e medicinali scaduti, olio minerale esausto, ed altro ancora se questo non bastasse.

Non possiamo essere certi al 100% che tali “alimenti” vengano dati effettivamente agli animali destinati al macello; possiamo solo fidarci della parola delle persone che trasmettono tali notizie via rete o dagli interventi di straforo apparsi in diretta TV. Ma dopo quanto accaduto con la mucca pazza (nonostante assicurazioni rassicuranti a iosa), un piccolo dubbio è più che lecito.

Un animale in cattività, benché viva con tutti i confort, è sempre un animale prigioniero, predisposto a malattie epidemiche: da qui un largo uso di antibiotici, che permangono nella carni dell’animale in quanto la legge ne permette la macellazione senza interromperne la somministrazione. Piccola parentesi: questi antibiotici, che entrano in circolo nel nostro organismo, ci “abituano” alla loro presenza, cosicché, nel momento in cui ne avremo veramente bisogno (per una broncopolmonite per esempio), l’effetto ne sarà notevolmente diminuito, ed in alcuni casi persino nullo. Oggigiorno per fare effetto, vengono date dosi molto più elevate di antibiotici, in parte anche per questo motivo.

Inoltre gli estrogeni che servono a far guadagnare di più l’allevatore (in quanto fa lievitare velocemente l’animale) alterano le componenti genetiche stimolando nell’uomo la crescita delle caratteristiche femminili secondarie.

Ancora: le carni grasse o no, insaccate o conservate appese, vengono trattate con additivi chimici: E 250, E 251, E 252, E300, E301, E 302, E 303, E 307, E 308, E 309, ecc…

Basta fare una breve ricerca in rete per rendersi conto della tossicità di alcuni di loro.

Cuocendo poi questa carne, il problema non scompare: “la cottura trasforma tutte le sostanze organiche ed inorganiche le quali purtroppo, non venendo metabolizzate e catalizzate, rimangono in circolo nell’organismo, dando origine alla cellula ematica e linfatica, le quali per la dinamica della difesa della vitalità organica, si manifestano con insorgenze patologiche, talvolta anche diverse  e non è detto anche neoplasiche e tumorali (queste, generalmente, le troviamo in forte percentuale nei polli di allevamento)”.

Con tutto questo, se vogliamo proprio essere carnivori, non dobbiamo rinunciare ad una bistecca o di un pasticcio ma ad alcune condizioni:

1)    Carne biologica: o presso un negozio di fiducia, o da un contadino conosciuto.

2)    Evitare la frutta alla fine del pasto in quanto và in fermentazione; destinarla quindi ad altro momento.

3)    Carne si, ma con moderazione. Anche l’OSM (Organizzazione Mondiale della Sanità) consiglia l’assunzione di tale alimento al massimo 3 volte la settimana, preferendo i legumi che comunque contengono buona parte degli amminoacidi che ci servono (le fave li contengono tutti).

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